Patata – pa|tà|ta

Dal greco πάσχεινπάθεια (pathospàtheia: lett. “il sentimento della sofferenza”) deriva dal concetto Aristotelico di “grosso peso che opprime bocca e faringe, impedendo il comune parlare“, indicante giustappunto il famoso artificio teatrale utilizzato per esprimere ansietà e sofferenza.

Tale congegno consisteva in un agglomerato eterogeneo di sterpaglie, sterco e peli di capra grosso circa come un pugno, che gli attori del teatro drammatico greco, appoggiavano sulla propria lingua per simulare la reticenza tipica di chi, portatore di un grave peso sulla coscienza (o in questo caso, sulla lingua) non si esprime se non con gemiti sconnessi.

Il sicuro effetto scenico e l’incredibile angoscia che tale strumento suscitava nel pubblico, ne decretarono il successo presso innumerevoli compagnie teatrali, che della dedizione a tale stratagemma fecero vanto; pur con qualche inquietante eccezione.

Ritornato in auge in Francia nei primi anni del XVII secolo, fu dapprima osteggiato a causa dell’odore assai poco artistico, fino alla sua definitiva sostituzione, quasi un secolo più tardi, con un innovativo tubero di recente importazione grazie all’opera pionieristica di un padre del teatro moderno.

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Appurata la salubrità della patata in seguito ad un non meglio identificato incidente teatrale, fortunatamente privo di vittime, l’utilizzo del tubero divenne principalmente alimentare ma nulla esclude futuri sviluppi tutt’ora inaspettati…

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