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Furgone – fur|gó|ne

Derivante dal greco φυργοξος (Pron. furgòxos ), nome Dorico degli antichi abitanti di un piccolo villaggio della Tessaglia, passati alla storia per la loro cultura militare, la leggendaria capacità di sopportazione del dolore e l’endemico alluce valgo, che gli conferiva la singolare andatura definita da Omero nel libro XIV dell’Iliade come:

E di piede sì pongono alla guisa del gran
allorché il fattore a segare s’appresta

[...]*

*dalla traduzione del Dimascella

A lungo temuti dai propri confinanti per la loro incredibile abilità bellica i Furgi beneficiarono di un relativamente lungo periodo di prosperità, in cui si dedicarono principalmente all’agricoltura, la pastorizia e il confezionamento di bomboniere, attività che purtroppo svilirono sul lungo periodo l’aura di terrore che il solo nome dei Furgi incuteva, suscitando così la brama di ricchezza dei temibili Τελοναυτι (Pron. Tèlonauti): banda di predoni che già da anni razziava le regioni circostanti.

Rapidamente sottomessi i Furgi, furono venduti come schiavi in Fenicia, da cui poi vennero dispersi in tutto il mondo conosciuto; lo stesso capo dei Furgi, il nobile Δυχατομαξι (Pron. Ducàtomacsi), ultimo della sua stirpe, concluse la sua esistenza in una cava di sale in Persia, a seguito della rottura di un semiasse.

Furgone

In breve tempo gli schiavi Furgi, grazie alla loro ampia capacità di carico e ai bassi consumi, diventarono richiestissimi per tutti i lavori di fatica, dove vennero largamente impiegati fino all’Alto Medioevo, quando vennero definitivamente abbandonati in cambio di soluzioni più efficienti.

Ma il nome era già entrato a far parte della cultura popolare, e così dal latino medievale Furx (Furgis, Furgonem: “Colui che riesce a trasportare grandi carichi a basso costo”) il termine ha acquisito l’accezione moderna correntemente utilizzata.

Fotocopiatrice – fo|to|co|pia|trì|ce

Termine derivante dalla lingua cherokee Fow tow gohopia (letteralmente: “Possa tu essere una grande madre bufalo dai molteplici figli”) tradizionale formula di augurio matrimoniale tra i nativi americani, entrò a far parte dell’uso comune nordamericano in seguito al baratto con i coloni inglesi di 170 termini del lessico cherokee, 30.000 acri di pascolo e due cavalli in cambio di 14 coperte, un betamax e una figurina di Zenga.

Utilizzato dal 1790 al 1810 come sinonimo temporaneo di locomotiva, trovò successivo impiego nelle vesti di lanterna, piccone e dispositivo per la castrazione di piccoli mammiferi, senza mai soddisfare completamente le esigenze dei pionieri glottologi; è risalente al 1890, infatti, l’ultimo uso conosciuto del termine che cadde successivamente in disuso.

Nel 1903 un emigrato italiano a Chicago, tale Ciro Masetti, in procinto di riunificarsi con la famiglia intravide del potenziale non sfruttato nel termine Photo copy T. Rice utilizzato fino a quel momento come fermaporta municipale e decise di portarlo con sé, contrabbandandolo a tutti gli effetti, durante il suo viaggio di ritorno in patria.

Fotocopiatrice moderna

Arrivato quindi in Italia, il Masetti si adoperò per introdurre il termine Rotocoppa attraino come surrogato di carro a tiro doppio di buoi con scarsi risultati e il lemma venne un’altra volta dimenticato.

Fu necessario attendere fino ai primi anni ‘60, con l’introduzione della stampa xerografica moderna perchè il termine fotocopiatrice entrasse definitivamente nelle case degli Italiani, dove tuttora gode di ampio consenso.

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