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Salamoia – sa|la|mò|ia

Probabilmente uno dei sostantivi (viene attualmente utilizzato anche come aggettivo) dall’etimo più sanguinoso di tutti i tempi.
Le prime tracce della futura nascita di questa parola si hanno nel tardo VI con i primi contatti, soprattutto a carattere commerciale tra la civiltà ottomana e le popolazioni germaniche.

Le differenze culturali crearono un vero e proprio caso diplomatico quando un dignitario arabo in visita nella cittadina di Misch Gegrillt, situata nell’attuale bavaria, in segno di rispetto salutando un commerciante locale, più precisamente il macellaio del paese tale Klammer zum Handgelenk, pronunciò il saluto “Salam”.

Il macellaio, pensando di aver capito cosa necessitasse al dignitario, sorridendo esclamò: “Ohh, ia!!” e gli offrì un piatto di fumanti wurstel. Ignaro dell’errore che stava per aver luogo, delle catastrofiche ripercussioni, ma animato da buona volontà, solamente dopo averli fatti mangiare spiegò all’arabo il contenuto del piatto. Il dignitario si sentì ingannato per essere stato circuito ad infrangere la legge coranica e la vendetta sfociò nella battaglia di Freude und Glück der Leute (722 DC).

Lo scontro, breve ma cruentissimo vide da una parte la scorta dell’arabo, e dall’altra i contadini locali (soprattutto i macellai, che pur non capendo la lingua, sospettavano fortemente che i loro insaccati locali non fossero stati graditi).

Dopo 4 giorni di battaglia, ed un risultato di sostanziale pareggio, si giunse finalmente alla pace, conosciuta ai più come Gestorben und Gemetzel mit ihm Vergeudungen des Bluts (722 DC).

Il risultato più sorprendente di questa pace, e che tutt’ora molti apprezzano, è la nascita dei crauti, specialità che mise d’accordo le 2 popolazioni in quanto non contravveniva gli insegnamenti del Corano e si sposava ottimamente con i wurstel.

Nota di interesse: Klammer compì un secondo errore in quanto sbagliò anche l’insaccato da offrire all’arabo (sarebbe dovuto essere salame, appunto). Proprio un errore simile portò, più di 500 anni dopo, un pronipote del Klammer ad essere sfidato a singolar tenzone da un produttore parmense di prosciutto crudo (che il tedesco aveva erroneamente chiamato “salama da sugo”).

Semaforo – se|mà|fo|ro

Neologismo risalente alla cultura popolare iriense dei primi anni ‘80, ispirato dalla serie animata di successo “Tutti fermi! Passa Mafòro” di cui è ben nota la sigla di apertura, opera di un allora sconosciuto e giovanissimo Scialpi.

La storia della serie animata è tuttora fonte di molte controversie: nata in Giappone con l’originale nome “Mafòro ni ikkenda bukkake narrava le vicende del giovane Mafòro, nascente stella della pornografia zoofila e cacciatore di vampiri part-time, è stata purtroppo importata in Italia subendo numerose censure per renderla fruibile al giovane pubblico pomeridiano; diventando così la serie animata che tutti conoscono.

Carattere saliente dell’edizione italiana è stato il suo grande connotato di educazione stradale, al punto che negli anni dal 1982 al 1986 alcune istituti elementari parificati hanno utilizzato con grandi risultati una selezione di scene del cartoon a scopi didattici, sollevando ulteriori polemiche da parte dei puristi affezionati alla versione originale del personaggio: tra questi il giornalista Duilio Cacciabenni che nel suo editoriale del 15/09/84 “Fist-Fucking Montessorianosi scaglia duramente contro quello che definisce un “uso perverso di una grande opera dell’ingegno umano (sic.)”.

Semaforo

 

Nonostante le critiche il successo della serie animata di Mafòro fu incredibile, il termine semaforo di uso comune oggigiorno viene appunto dalla frase utilizzata dalla voce narrante di ogni puntata ogni qualvolta l’eroe della storia si trovava ad attraversare una strada trafficata. “Se Mafòro non avesse schivato quel trattore…” o “Se Mafòro mangiasse quel ghiacciolo sugli schettini… ” ne sono alcuni grandi esempi, di certo scolpiti nella memoria di tutti.

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