Archivio per la categoria 'Barbarismi'

Diossina - di|os|sì|na

Dal nome del famiglio malvagio Sihina, servo fedele di Angra Mainyu, lo spirito delle tenebre, violenza e morte nel Mazdeismo, presentato spesso come “l’invisibile assassino” o più raramente con l’appellativo di ” composto organico eterociclico“, introdotto nella lingua italiana da Giacomo Leopardi nella sua ode “Ad Adda Adderò:

[...] ivi sta il dio Sihina, padre delle storture ed effusore di miasmi

Da sempre identificato come il portatore del disagio nel praticare un culto del fuoco in spazi ristretti e mal areati, ha progressivamente acquisito adoratori con l’avvento della civiltà industriale, arrivando ad una vera e propria rinascita a ridosso degli anni ‘60.

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Il culto odierno ha ormai perso ogni connotazione di quella clandestinità che lo contraddistingueva agli inizi; parimenti le numerose tendenze sincretiche hanno modificato radicalmente le liturgie proprie del culto, dimostrando una notevole apertura a idee innovative quali i massicci ritrovi collettivi (memorabile anche il famoso happening tarantino dei giovani Sinnici) nella storia recente.

Le possibilità di onorare il dio Sihina, in qualsiasi modo e momento hanno reso questo culto uno dei più diffusi e apprezzati del mondo, eventuali previsioni future sulla sua diffusione sfuggono a qualunque calcolo.

Maiale - ma|ià|le

Come è noto l’allevamento del maiale si è affermato presso le popolazioni italiche dell’Italia Settentrionale durante l’occupazione celtica. Anche nel periodo precedente all’addomesticamento dell’animale, le razze suine selvatiche erano notevolmente apprezzate per la qualità delle loro carni e per la possibilità di conservarle previa salagione, ma la loro cattura e uccisione avveniva solamente in seguito a sporadiche battute di caccia. Tale pratica era considerata notevolmente pericolosa per gli stessi cacciatori che potevano essere feriti o uccisi da un animale particolarmente aggressivo.
Il primo esempio di addomesticamento di un esemplare di razza selvatica (simile all’odierno cinghiale nord-europeo) nasce contemporaneamente al termine “maiale” per una curiosa coincidenza. Narra una leggenda che un giorno un vecchio celta della tribù dei Boi avesse sorpreso un grosso cinghiale intento a bere la birra messa a fermentare all‘interno di un grosso contenitore in bronzo. Di fronte all’orribile scoperta il celta avrebbe cominciato a gridare nel proprio idioma “My ale! My ale!” dove il pronome possessivo “my”, nel senso di “mio”, viene accostato al sostantivo di “ale”, unico termine utilizzato per designare la birra prima dell’introduzione del luppolo e che sopravvive ancora oggi nelle lingue germaniche. Immediatamente dopo il celta si avvicinò con passo deciso al cinghiale immobilizzato dallo spavento e da diversi litri di birra, scannandolo con un deciso colpo di coltello.
Un giovane etrusco che aveva assistito a tutta la scena riferì quanto era accaduto al capo villaggio ed insieme ne trassero la conclusione che si trattava sicuramente di un metodo celtico per catturare i cinghiali senza affrontare i pericoli della caccia. Volendo sperimentare questa peculiare tecnica, i due etruschi misero un grosso secchio pieno di vino al limite del villaggio e aspettarono pazientemente l’avvicinamento di un cinghiale. Una volta che l’animale ne ebbe bevuto una buona quantità, il giovane gli corse incontro e, senza tralasciare di recitare a voce alta la formula magica “Maiel! Maiel!”, uccise il cinghiale sul posto .

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Questa pratica fu utilizzata in seguito anche per catturare i cinghiali vivi e farli riprodurre in cattività, dando inizio alle prime forme di allevamento. Ciò che era sembrato una formula magica al giovane etrusco entrò a fare parte del linguaggio comune andando a sostituire completamente il termine etrusco usato per designare il maiale. I celti, invece, continuarono a chiamarlo “Cruina/Grein“, vocaboli che persistono ancora oggi nei dialetti piacentino e piemontese.

Fragoroso - fra|go|rò|so

Questo vocabolo nacque in seno dalla nobiltà francese del tardo Settecento a causa di un gioco molto in voga presso le cortigiane di Maria Antonietta. All’epoca, durante i sontuosi ricevimenti ed i pranzi di gala, si usava nascondere una fragola matura all’interno della sala, riservando a colui o colei che la trovava grida di tripudio che terminavano con l’incoronazione a “reginetta” della festa (al di là del sesso dello scopritore).
Già allora la frase “J’ai trouvé la fraise rouge!” ["Ho trovato la fragola rossa"] veniva rivolta a chi si trovava in uno stato di grande eccitazione o un attacco di ilarità convulsa era ed era diventato un lazzo molto in voga tra i nobili francesi.

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La definitiva consacrazione e il passaggio all’uso quotidiano avvenne in seguito ad una festa a cui partecipò il marchese de Carabas, divenuto poi celebre per la sua convinzione di comprendere il linguaggio dei felini domestici.
Il marchese era anche famoso per gli ingegnosi scherzi organizzati a corte e, proprio durante il gioco della fragola rossa, si nascose lasciando intravedere solo la parte apicale del proprio membro virile mascherata da fragola. Sfortunatamente per il marchese il gioco venne vinto da un nerboruto quanto effeminato personaggio chiamato Lucìen Qu’il Aime che, nella concitazione della scoperta, afferrò brutalmente la “fragola” cercando di impossessarsene. Le urla belluine del marchese che risuonarono nella grande sala furono paragonate al barrito di un elefante in preda a crampi addominali e scatenarono l’ilarità generale.
In breve l’uso di afferrare le gonadi di qualche malcapitato e stringerle gridando “Fraise rouge! Fraise rouge!” si diffuse anche presso il popolino, diventando uno dei passatempi più in voga durante la rivoluzione francese.
L’italianizzazione dell’espressione “fraise rouge” diede origine al vocabolo “fragoroso”, senza però indicare il gioco sanculottiano, ma bensì lo strepito e le urla assordanti di chi era sottoposto a tale pratica.

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