Archivio per la categoria 'Latina'



Assolutamente – as|so|lu|ta|mén|te

Dal Latino Ab Soluo mentem (lett: “Dal cervello predisposto a sciogliersi“) deriva dalla pratica protogiuridica del senato Romano di epoca repubblicana.

Attingendo in egual misura alla lunga giurisprudenza democratica Ateniese, in particolare all’istituzione dell’οστρακισμóσ (ostrakismós: ostracismo), e alla tradizionale pratica divinatoria di epatopatia Etrusca, il senato Romano si proponeva di individuare ed espellere preventivamente i cittadini che avrebbero agito contro lo stato.

La componente divinatoria era affidata a un gruppo di Aruspici altamente specializzati, sommamente retribuiti, eletti tramite solenne concorso pubblico, e curiosamente imparentati con i senatori; diversamente dalle forme di divinazione precedenti la stima della eventuale futura colpevolezza veniva affidata al curioso procedimento chiamato Solutus mentis, in cui un cervello di agnello in buone condizioni veniva posto dentro un calderone di acqua bollente leggermente salata per tre ore.

Se al termine dell’ordalia dentro la pentola restava qualche residuo solido, esso veniva nuovamente trapiantato dentro il cranio dell’agnello che avrebbe decretato l’innocenza dell’imputato parlando con voce umana, viceversa il silenzio dell’agnello aveva il carattere di precisa condanna.

Gli imputati venivano a questo punto trascinati in catene attraverso la città sino al luogo preposto all’esecuzione per annegamento; alla vista del condannato i liberi cittadini gridavano a gran voce l’imputazione della condanna “Ab Soluo mentem!” che assumeva in questo frangente la conferma senza ombra di dubbio della colpevolezza.

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Nonostante la vita relativamente breve di questa tradizione, il termine Ha soluto mente e la sua variante tardo-medievale Assolutamente, sopravvissero nella lingua italiana sino al giorno d’oggi.

Marciapiede – mar|cia|piè|de

Dal latino Marcii pietas (lett. “la devozione di [Anco] Marzio“) usato inizialmente per indicare i piccoli e sobri tumuli funerari, introdotti nel 630 a.C. ai bordi delle strade rurali della giovane civiltà romana allo scopo di provvedere degna sepoltura agli amati animali domestici del Re, noto per la sua indole pacifica e religiosa, e per la sua predisposizione alla vivisezione esplorativa.

Nati con questo scopo furono presto convertiti a fosse comuni per gli innocenti piccoli roditori sminuzzati dal già caotico traffico di carri sulle principali arterie stradali della città (tra le più note: l’Appia, la Cassia e la Santa Maria), in seguito a questo cambio di destinazione d’uso, tuttavia, il numero di Marcii pietas crebbe enormemente, arrivando a saturare in breve tempo la capacità di contenimento delle sole strade di campagna.

Conseguentemente si giunse a veder sorgere sempre più spesso Marcii pietas anche nel pieno centro della città, scelta che provocò non poco scontento tra i possessori dei carri da trasporto a passo più largo: i cosiddetti Sine Urbe Volo (lett. “Voglio fare a meno della città“, Successivamente SUV), che mal digerivano la ridotta viabilità causata dal tumulamento delle strade.

Di diversa natura invece i problemi nelle campagne, dove l’opera di seppellimento era proseguita ininterrotta sin dagli inizi; a causa della scarsa perizia infatti i tumuli non venivano scavati sufficientemente profondi da trattenere gli effluvi e i succhi prodotti dalla fermentazione muride spandendo così per cubiti e cubiti il caratteristico odore: conosciuto in seguito a questa vicenda come “Marcio” (popolare scherno alla decisione regia).

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Successivamente al 616 a.C., con l’insediamento sul trono di Tarquinio Prisco, cessò la pratica di interrare i piccoli mammiferi, ma non quella di costruire piccoli terrapieni ai lati delle strade più frequentate; pare infatti che tali strutture fossero particolarmente apprezzate dalla quasi totalità dei pedoni Romani, nonché da un nutrito gruppo di commercianti.

Alla consolidata abitudine a calpestare i Marciapiede, dobbiamo infatti l’introduzione (in epoca Tardo Imperiale) del termine Piede, indicante l’estremità inferiore del corpo umano, ancora largamente utilizzato.

Spaghetto – spa|ghét|to

Il termine spaghetto, nella sua forma non vezzeggiativa di “spago” appare sui testi di cucina trecentesca già come sostitutivo con caratteristiche sematiche di aggettivo del termine maccarone. Sebbene i due lemmi non abbiano nulla a cui spartire, infatti maccarone deriva dall’azione di schiacciare pestando (v. “ammaccare” o “macco”, che designa un’altra preparazione culinaria medievale a base di fave schiacciate), il termine “spago” si sovrappose per poi sostituire il vocabolo nell’accezione di pasta lavorata in lunghi fili o stringhe.

Il termine in oggetto deriva dalla forma latina “pagus” che nel lessico amministrativo romano indica una circoscrizione territoriale rurale, ovvero al di fuori dei confini della città. Anteponendo la “s” privativa al termine citato, si ottiene il significato inverso di area di competenza del “cittadino”, ovviamente opposto alla concezione negativa di “villano”. In questo senso gli antichi “spaghi” venivano esattamente individuati da un’area di appartenenza e di consumo riservato ai cittadini, nobili o borghesi che fossero, fornendo un vocabolo che aggettivasse il più antico e generico termine “maccaroni”.
E’ necessario notare in questa sede come l’erudito Isidoro di Siviglia nella sua opera omnia “Ethimologiarum libri, sive Origines” confonde il corretto etimo con l’italianizzazione di “pagus” nel senso di appagato, sazio, fornendo un’interpretazione di tipo gastronomico (“s-pago” in correlazione a “mai pago” di /mangiare/ maccaroni) in vece di quella legata al contesto sociale (o spaziale della città) in cui ci si soleva nutrire del detto alimento.

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