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Alluce – àl|lu|ce

Il termine alluce deriva dal latino allux/allucem composto dalla crasi della particella ad e lux/lucem con il significato: “[dito che sta] alla luce”. Come risaputo le calzature romane sovente erano semplici sandali indossati sia con una calza, sia a piede nudo. In entrambe i casi il dito alluce fuoriusciva dal calzare provocando, a volte, la rottura della calza che lo ricopriva.
Il logoramento della calza procurato dal dito alluce era cosa risaputa almeno dall’epoca repubblicana e, probabilmente, i due elementi costituivano una vera e propria “coppia semantica” all’interno dell’immaginario collettivo, come per noi moderni le associazioni di termini quali “culo e camicia” o “cacio e maccheroni”.

Non sappiamo esattamente in quali termini venisse esplicitata questa coniugazione nei comuni modi di dire, ma, almeno in un caso, ne conosciamo gli effetti. Durante la seconda guerra macedonica che vide la contrapposizione di Roma e la Macedonia di Filippo V alleata della Siria dei Seleucidi, una delle legioni romane era stata appunto soprannominata Ad Lucem. Non è infatti un caso che la funzione principale a cui era votata all’interno della complessa strategia bellica consisteva nella contrapposizione alle armate originarie della regione macedonica della Calcidica (in greco Χαλκιδική).
Sedondo la tradizione, gli abitanti della suddetta regione erano considerati coloro i quali, fin dalla più remota antichità, avevano introdotto e diffuso l’uso del calzare e della calza, due termini legati dal medesimo etimo di Calceus, con l’ovvio significato di “[originario della] Calcidica”.
La volontà di chiamare Ad Lucem la legione che aveva lo scopo di combattere contro i Calcidici richiamava appunto il gioco di parole con il quale si designava l’eterna lotta tra l’alluce ed il calzare/calza con l’inesorabile vittoria del primo sulla seconda.

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Assolutamente – as|so|lu|ta|mén|te

Dal Latino Ab Soluo mentem (lett: “Dal cervello predisposto a sciogliersi“) deriva dalla pratica protogiuridica del senato Romano di epoca repubblicana.

Attingendo in egual misura alla lunga giurisprudenza democratica Ateniese, in particolare all’istituzione dell’οστρακισμóσ (ostrakismós: ostracismo), e alla tradizionale pratica divinatoria di epatopatia Etrusca, il senato Romano si proponeva di individuare ed espellere preventivamente i cittadini che avrebbero agito contro lo stato.

La componente divinatoria era affidata a un gruppo di Aruspici altamente specializzati, sommamente retribuiti, eletti tramite solenne concorso pubblico, e curiosamente imparentati con i senatori; diversamente dalle forme di divinazione precedenti la stima della eventuale futura colpevolezza veniva affidata al curioso procedimento chiamato Solutus mentis, in cui un cervello di agnello in buone condizioni veniva posto dentro un calderone di acqua bollente leggermente salata per tre ore.

Se al termine dell’ordalia dentro la pentola restava qualche residuo solido, esso veniva nuovamente trapiantato dentro il cranio dell’agnello che avrebbe decretato l’innocenza dell’imputato parlando con voce umana, viceversa il silenzio dell’agnello aveva il carattere di precisa condanna.

Gli imputati venivano a questo punto trascinati in catene attraverso la città sino al luogo preposto all’esecuzione per annegamento; alla vista del condannato i liberi cittadini gridavano a gran voce l’imputazione della condanna “Ab Soluo mentem!” che assumeva in questo frangente la conferma senza ombra di dubbio della colpevolezza.

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Nonostante la vita relativamente breve di questa tradizione, il termine Ha soluto mente e la sua variante tardo-medievale Assolutamente, sopravvissero nella lingua italiana sino al giorno d’oggi.