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Fazzoletto – faz|zo|lét|to

Di origine dialettale, affonda le sue radici negli ultimi fuochi della Commedia dell’Arte dell’entroterra Veneziano, successivamente ripreso e divulgato come omaggio in numerose opere del Goldoni.

Il primo utilizzo documentato risale alla rappresentazione di piazza “mi son Arlechin Batocio, semo de stase incoro finocio“, ricordato inoltre per la prima esibizione del famoso petomane dell’epoca: Guigliermo Sguarrapalme.

Durante lo spettacolo la furba servetta Frigilda (interpretata in quell’occasione da Lucetta Cassineri), che ostinatamente si nega ad un innamorato Arlecchino, viene sorpresa da quest’ultimo mentre in conturbante déshabillée si accinge a rincalzare la pesante coperta nel letto del burbero padrone Rincoloio.

Interrogata sulle sue attuali mansioni Frigilda risponde con la sua unica battuta in tutta la rappresentazione, battuta entrata ormai nella storia del teatro: “Deh! Fazzo il letto“. In risposta a un dire sì deciso e arguto, il sempre loquace Arlecchino viene bruscamente tacitato e nasconde il proprio disappunto fingendo indifferenza e soffiandosi il naso sul pesante copriletto di damasco suscitando l’enorme ilarità del pubblico.

Caso volle che proprio in occasione di quella messa in scena fosse presente fra gli astanti un tale Ruggiero Capodecasso, titolare di una piccola azienda tessile ormai prossima al tracollo finanziario a causa di un tragico investimento in tela di lino grezzo, ridotto per errore a quadrati di 20x20cm.

Osservando la reazione compiaciuta della folla e intuendo la possibilità di un recupero in extremis del capitale investito, il Capodecasso organizza in tempi straordinariamente brevi la vendita dei Fazzo-letto confidando nel traino positivo derivante dallo spettacolo testé concluso.

Un raffinato fazzoletto

 

Inutile dire che fu un completo successo, provocando l’entrata nel campo tessilotorinolaringoiatrico di numerosi concorrenti che produssero le proprie varianti di Fazzo-Letto senza però modificarne mai l’appellativo, che rimase sostanzialmente immutato sino ai giorni nostri.

Fortunato – for|tu|nà|to

Neologismo apparso nei primi anni ’50, come diretta conseguenza della cessazione del piano Marshall di ricostruzione post-bellica; parallelamente ai finanziamenti, infatti, erano giunte in Italia circa 15.000 tonnellate di materiali generici derivanti dal surplus dell’esercito alleato, caratterizzate dal tipico marchio U.S. e dalla data di scadenza cancellata dalle casse.

La varietà assai limitata di questi prodotti (principalmente calze di nylon, radiosveglie e prodotti ittici) ne garantì la permanenza nel mercato anche a molti anni dalla cessazione delle spedizioni, il termine fortuna (dall’inglese for tuna: “per il tonno” scritta stampata su buona parte del materiale) deriva proprio dai molteplici scopi con cui, nel decennio dal 1947 al 1957, furono utilizzati gli aiuti provenienti d’oltreoceano.

I grandi container, destinati, come dice il nome stesso al trasporto di tonni e delfini sottolio per uso alimentare, una volta vuotati del loro contenuto (sovente dentro fosse comuni in terreno sconsacrato), venivano rimodellati da maestri artigiani per adeguarsi ai più svariati usi: cestini da pic-nic, piccole casseforti domestiche, contenitori per il pranzo e graziose tabacchiere lavorate a sbalzo, dando via ad un vero e proprio mercato grigio.

Il 15 maggio 1952, la città di Napoli fu grandemente scossa, allorquando Ciro Menzeguti: provetto artigiano nel campo del riciclaggio di container, tappi di sughero e valuta estera, assalito nel suo laboratorio da piccoli esponenti della malavita locale, riuscì a salvarsi dall’ormai certa esecuzione, grazie alla provvidenziale caduta di uno dei tanti container “for tuna” appesi al soffitto del suo magazzino.

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Il Deus ex machina

Nonostante il trauma cranico, lo strabismo indotto e la lieve paralisi agli arti inferiori, il miracolato Menzeguti, rimase eternamente grato alla “fortunata” che lo sospinse via da un destino assai più tragico e, fino alla sua morte in seguito ad un agguato camorrista il 18 maggio 1952, impegnò il suo tempo a gemere di felicità e a defecarsi nel letto per la gioia di essere ancora vivo.

In breve tempo, dal termine originale ‘nafortunata indicante proprio un forte colpo che volge in meglio la situazione, si arrivò a parlare del Menzeguti, semplicemente come del fortunato, estendendone presto il significato a tutti quegli eventi inaspettati ma sorprendentemente piacevoli.

Fragoroso – fra|go|rò|so

Questo vocabolo nacque in seno dalla nobiltà francese del tardo Settecento a causa di un gioco molto in voga presso le cortigiane di Maria Antonietta. All’epoca, durante i sontuosi ricevimenti ed i pranzi di gala, si usava nascondere una fragola matura all’interno della sala, riservando a colui o colei che la trovava grida di tripudio che terminavano con l’incoronazione a “reginetta” della festa (al di là del sesso dello scopritore).
Già allora la frase “J’ai trouvé la fraise rouge!” [“Ho trovato la fragola rossa”] veniva rivolta a chi si trovava in uno stato di grande eccitazione o un attacco di ilarità convulsa era ed era diventato un lazzo molto in voga tra i nobili francesi.

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La definitiva consacrazione e il passaggio all’uso quotidiano avvenne in seguito ad una festa a cui partecipò il marchese de Carabas, divenuto poi celebre per la sua convinzione di comprendere il linguaggio dei felini domestici.
Il marchese era anche famoso per gli ingegnosi scherzi organizzati a corte e, proprio durante il gioco della fragola rossa, si nascose lasciando intravedere solo la parte apicale del proprio membro virile mascherata da fragola. Sfortunatamente per il marchese il gioco venne vinto da un nerboruto quanto effeminato personaggio chiamato Lucìen Qu’il Aime che, nella concitazione della scoperta, afferrò brutalmente la “fragola” cercando di impossessarsene. Le urla belluine del marchese che risuonarono nella grande sala furono paragonate al barrito di un elefante in preda a crampi addominali e scatenarono l’ilarità generale.
In breve l’uso di afferrare le gonadi di qualche malcapitato e stringerle gridando “Fraise rouge! Fraise rouge!” si diffuse anche presso il popolino, diventando uno dei passatempi più in voga durante la rivoluzione francese.
L’italianizzazione dell’espressione “fraise rouge” diede origine al vocabolo “fragoroso”, senza però indicare il gioco sanculottiano, ma bensì lo strepito e le urla assordanti di chi era sottoposto a tale pratica.

Furgone – fur|gó|ne

Derivante dal greco φυργοξος (Pron. furgòxos ), nome Dorico degli antichi abitanti di un piccolo villaggio della Tessaglia, passati alla storia per la loro cultura militare, la leggendaria capacità di sopportazione del dolore e l’endemico alluce valgo, che gli conferiva la singolare andatura definita da Omero nel libro XIV dell’Iliade come:

E di piede sì pongono alla guisa del gran
allorché il fattore a segare s’appresta

[…]*

*dalla traduzione del Dimascella

A lungo temuti dai propri confinanti per la loro incredibile abilità bellica i Furgi beneficiarono di un relativamente lungo periodo di prosperità, in cui si dedicarono principalmente all’agricoltura, la pastorizia e il confezionamento di bomboniere, attività che purtroppo svilirono sul lungo periodo l’aura di terrore che il solo nome dei Furgi incuteva, suscitando così la brama di ricchezza dei temibili Τελοναυτι (Pron. Tèlonauti): banda di predoni che già da anni razziava le regioni circostanti.

Rapidamente sottomessi i Furgi, furono venduti come schiavi in Fenicia, da cui poi vennero dispersi in tutto il mondo conosciuto; lo stesso capo dei Furgi, il nobile Δυχατομαξι (Pron. Ducàtomacsi), ultimo della sua stirpe, concluse la sua esistenza in una cava di sale in Persia, a seguito della rottura di un semiasse.

Furgone

In breve tempo gli schiavi Furgi, grazie alla loro ampia capacità di carico e ai bassi consumi, diventarono richiestissimi per tutti i lavori di fatica, dove vennero largamente impiegati fino all’Alto Medioevo, quando vennero definitivamente abbandonati in cambio di soluzioni più efficienti.

Ma il nome era già entrato a far parte della cultura popolare, e così dal latino medievale Furx (Furgis, Furgonem: “Colui che riesce a trasportare grandi carichi a basso costo”) il termine ha acquisito l’accezione moderna correntemente utilizzata.

Fotocopiatrice – fo|to|co|pia|trì|ce

Termine derivante dalla lingua cherokee Fow tow gohopia (letteralmente: “Possa tu essere una grande madre bufalo dai molteplici figli”) tradizionale formula di augurio matrimoniale tra i nativi americani, entrò a far parte dell’uso comune nordamericano in seguito al baratto con i coloni inglesi di 170 termini del lessico cherokee, 30.000 acri di pascolo e due cavalli in cambio di 14 coperte, un betamax e una figurina di Zenga.

Utilizzato dal 1790 al 1810 come sinonimo temporaneo di locomotiva, trovò successivo impiego nelle vesti di lanterna, piccone e dispositivo per la castrazione di piccoli mammiferi, senza mai soddisfare completamente le esigenze dei pionieri glottologi; è risalente al 1890, infatti, l’ultimo uso conosciuto del termine che cadde successivamente in disuso.

Nel 1903 un emigrato italiano a Chicago, tale Ciro Masetti, in procinto di riunificarsi con la famiglia intravide del potenziale non sfruttato nel termine Photo copy T. Rice utilizzato fino a quel momento come fermaporta municipale e decise di portarlo con sé, contrabbandandolo a tutti gli effetti, durante il suo viaggio di ritorno in patria.

Fotocopiatrice moderna

Arrivato quindi in Italia, il Masetti si adoperò per introdurre il termine Rotocoppa attraino come surrogato di carro a tiro doppio di buoi con scarsi risultati e il lemma venne un’altra volta dimenticato.

Fu necessario attendere fino ai primi anni ’60, con l’introduzione della stampa xerografica moderna perchè il termine fotocopiatrice entrasse definitivamente nelle case degli Italiani, dove tuttora gode di ampio consenso.