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Sgabello – sga|bèl|lo

Forma volgare del medievale Degabellare: dall’atto del sollevare munificamente un villano dalle pesanti imposte dell’epoca.

L’invenzione del termine si deve all’imperatore Carlo Magno a seguito di una sua vittoriosa campagna militare; al termine della quale, in segno di distensione nei confronti del vinto popolo nomade, cancellò 17 imposte particolarmente onerose tra cui la famosa “Scamnum pecunia” allora molto diffusa.

Tale imposta consisteva in un pesante dazio da corrispondere ogniqualvolta, durante una corvèe, un libero abitante del pagus desiderasse riposare le proprie membra sotto l’ombra del più vicino larice: come si può intuire, una simile tassa era assai malvista dalla popolazione tutta, e il degabellamento imperiale spinse i cittadini a indire grandi festeggiamenti per tutto il Sacro Romano Impero, successivamente conosciuti come “La grande sgabellata” indicativamente tra il 5 e il 18 Novembre dell’anno 802.

L’immediatamente successiva e impopolare decisione di introdurre una gabella sostitutiva (la “Cacculum pecunia“: onerosa imposta sul diritto all’esplorazione Settorinea) al posto delle 17 appena abrogate, fomentò un crescente malumore durante l’altrimenti lieta occasione; complice la cocente delusione e un tasso alcolico pro capite sufficiente a sterilizzare gli strumenti chirurgici nel corso di un’operazione a cuore aperto, la popolazione insorse ergendo a simbolo della protesta lo sgabellamento, a imperituro ricordo dell’ingiustizia subita.

Nonostante isolati atti di insolita crudeltà, come il tutt’ora agghiacciante “Sgabbellamento della Cugghia“, che rese tristemente famoso l’entroterra piceno, la maggior parte dei moti rivoltosi si concentrò all’interno delle taverne confondendosi di fatto con le abituali risse.

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Il pericoloso strumento: impossibile enumerarne gli usi poco ortodossi…

 

La comune accezione di Sgabello, deriva proprio dall’abitudine bellico-ricreativa di scagliare oggetti lignei in giro per il locale, i pesanti panchetti utilizzati al tempo infatti conobbero il momento di massimo utilizzo proprio in occasione della grande Sgabellata.

Cucchiaio – Cuc|chià|io

Derivato da “Cugghia“, sostantivo di origine picena, popolazione che usava chiamare con il termine “cugghia” sia una qualsiasi attività della giornata che comportasse anche la minima fatica, sia l’estremità del prepuzio, ma molto spesso le due cose coincidevano.

Questa particolare attitudine generò ben presto una grande, nonché varia, quantità di modi di dire, tra cui si distingue in particolar modo “cugghiaio“, con cui veniva indicata l’azione di spostare oggetti di piccole dimensioni con la cappella.
Nelle “cronocugghie“, cronache picene dell’anziano mugnaio Zé lu p’llare, viene riportato che la popolazione Picena, nel 239 A.C. dopo essersi alleati con i Romani contro l’alleanza costituita da Etruschi, Galli ed Umbri in una delle più sanguinose battaglie dell’epoca (coniando, dopo la vittoria, la famosa “in hoc cugghia vince) iniziò ad usare il termine “Cugghiaio” per definire non più l’atto di spostare piccoli oggetti, ma bensì il piccolo recipiente dove venivano conservati. Da questo momento in poi, il termine acquisirà sempre “più cugghia” (acquisire importanza) fino a cugghiarsi, nella cugghia del moderno cucchiaio, inizialmente molto a cugghia, poi sempre meno cugghia e più “a cucchia“. Fino ad arrivare all’attuale cucchiaio che prima del cugghio, poi no.

Cugghiaio

La leggenda vuole che i Piceni si siano insediati nella zona di territorio dell’attuale Marche (da cui la regione prende anche il simbolo) seguendo un Picchio verde, chiamato “Il Cugghio“. Da questo episodio nasce il famoso detto “Ti cugghio!” (Ti Picchio!). Vengono poi riportati, sempre dal vecchio , altri modi di dire, cresciuti paralleli all’evoluzione di “cugghiaio” come “avere la testa a cugghia” che indicava una persona con scarsa attitudine ai colpi di testa, oppure il ben più noto “Tu, cugghia!” usato con gran veemenza quando si trattava di emarginare in modo definitivo da una qualsiasi attività un loro compagno. Senza contare i famossissimi “cugghio ergo sum” usato da tutti i ragazzi con la cugghia grossa, o il più raro e lirico “cugghia ergo sum” più usato dalle ragazze senza molta cugghia.

In epoca moderna, troviamo vari personaggi di spicco che hanno riscoperto il piacere della cugghia tra cui non possiamo non citare l’avvenente Jenna Jameson, moderna scrittrice del libro “Ti cugghio un po’“, bestseller tradotto in 12 lingue e 14 cugghie, seguito dal meno noto “L’amore ai tempi della cugghia” e il noto Frank Zappa che, scopertosi un discendente diretto di Zé da parte di madre, scrisse la famosa canzone “Tengo ‘na cugghia tanta!“, che porto il termine cugghia a fama mondiale.

Fazzoletto – faz|zo|lét|to

Di origine dialettale, affonda le sue radici negli ultimi fuochi della Commedia dell’Arte dell’entroterra Veneziano, successivamente ripreso e divulgato come omaggio in numerose opere del Goldoni.

Il primo utilizzo documentato risale alla rappresentazione di piazza “mi son Arlechin Batocio, semo de stase incoro finocio“, ricordato inoltre per la prima esibizione del famoso petomane dell’epoca: Guigliermo Sguarrapalme.

Durante lo spettacolo la furba servetta Frigilda (interpretata in quell’occasione da Lucetta Cassineri), che ostinatamente si nega ad un innamorato Arlecchino, viene sorpresa da quest’ultimo mentre in conturbante déshabillée si accinge a rincalzare la pesante coperta nel letto del burbero padrone Rincoloio.

Interrogata sulle sue attuali mansioni Frigilda risponde con la sua unica battuta in tutta la rappresentazione, battuta entrata ormai nella storia del teatro: “Deh! Fazzo il letto“. In risposta a un dire sì deciso e arguto, il sempre loquace Arlecchino viene bruscamente tacitato e nasconde il proprio disappunto fingendo indifferenza e soffiandosi il naso sul pesante copriletto di damasco suscitando l’enorme ilarità del pubblico.

Caso volle che proprio in occasione di quella messa in scena fosse presente fra gli astanti un tale Ruggiero Capodecasso, titolare di una piccola azienda tessile ormai prossima al tracollo finanziario a causa di un tragico investimento in tela di lino grezzo, ridotto per errore a quadrati di 20x20cm.

Osservando la reazione compiaciuta della folla e intuendo la possibilità di un recupero in extremis del capitale investito, il Capodecasso organizza in tempi straordinariamente brevi la vendita dei Fazzo-letto confidando nel traino positivo derivante dallo spettacolo testé concluso.

Un raffinato fazzoletto

 

Inutile dire che fu un completo successo, provocando l’entrata nel campo tessilotorinolaringoiatrico di numerosi concorrenti che produssero le proprie varianti di Fazzo-Letto senza però modificarne mai l’appellativo, che rimase sostanzialmente immutato sino ai giorni nostri.

Equivocare – e|qui|vo|cà|re

Derivato dalla poco nota novella del Boccaccio Cuccurellino attratto dalle lusinghe fè cagion del mal suo“, in cui l’ingenuo Cuccurellino, giovane bracciante di Magliano in Toscana, decide di intraprendere un lungo viaggio verso Firenze, allo scopo di diventare finalmente un uomo.

Attraverso varie vicissitudini oramai ricordate come aneddotica a parte (Ricordiamo “incontro della rana con la coda“, e “Prigionia coatta col brigante Svinchiaguarra“) Cuccurellino giunge infine a Firenze, dove si aspetta di compiere l’atto decisivo della sua formazione.

Aggirandosi per la città in cerca del Bordello descrittogli dal nonno in punto di morte; il giovane nota una lunga coda di uomini in trepidante attesa e fiducioso vi si aggrega, tentando di scambiare convenevoli con gli astanti, la cui riluttanza nel rispondere, non fa altro che confermare a Cuccurellino che si trova nel luogo giusto.

Dopo lunghe ore di attesa, nonostante la pioggia battente e i continui scherzi dei monelli, il giovane Cuccurellino giunge alla tanto ambita meta, solo per vedere un nerboruto fattore uscire sollevandosi i calzoni da una rozza porta di legno con vergata la scritta “Cacatoio“.

L’amara scoperta

L’amara scoperta

Informandosi sulla reale funzione del deludente edificio il giovane ingenuo si sente rispondere in maniera assai poco cortese “Ehh qui vo a Cahare!“(da cui, per elisione, il risorgimentale Equivocare); sentendosi distruggere così brutalmente l’illusione, a Cuccurellino non resta altra possibilità che allontanarsi mesto e lasciare la città a capo chino per non farvi più ritorno.

La novella non ci dice quale sia stata la sua sorte, alcune fonti apocrife tuttavia (tra cui la discussa opera del Minghionanti) sostengono che non abbia retto alla vergogna e abbia concluso la sua esistenza appendendosi a un pioppo nell’immediata periferia fiorentina.

Cassaforte – cas|sa|fòr|te

Termine mutuato dal linguaggio marinaresco italiano di fine XII secolo, entrò definitivamente a far parte della lingua comune come parte di un lotto contenente 20 neologismi marinareschi, un carico di perle e 347 teste mozzate di pirati saraceni, gentili doni da parte della repubblica marinara di Venezia in occasione delle celebrazioni per la conquista del primato di “Uovo sodo più grande del mondo”, tenutasi a Crognaleto.

Il significato originario: “Impreca a gran voce mentre urini controvento” apprezzabile soprattutto come elemento della naturale dicotomia con il termine pianoforte (“Sussurra bestemmie mentre ti percuoti le natiche”) fu ritenuto sconveniente e venne sostituito con un più raffinato “Colpisci duramente e vedrai che resiste” (ritrovabile come arcaismo in alcune prime opere del Goldoni).

E’ con questo significato edulcorato, che il termine cassaforte è sopravvissuto fino ad oggi nella nostra cultura, una sorte non dissimile da quella toccata ad altri lemmi coevi, come ad esempio piazzaforte (“posiziona quel cuneo in modo che non sfugga”), acquaforte (dal gesto di chi, mal tollerando il rollio, si esponeva a rigettare dal castello di poppa) e mentaforte (termine con cui inizialmente venivano indicati i medici di bordo, destinati a pulire le suppurazioni della ciurma).

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Il collegamento tra il significato arbitrariamente imposto, e le cassette di sicurezza che tutti noi oggi conosciamo, si deve a uno dei primi esemplari di promozione pubblicitaria: nei 15 minuti iniziali di una tipica Rivista di inizio anni ’40, il fabbricante Ernesto Salvaquaglie, si presentò sul palco per chiedere al gentile pubblico di mettere alla prova il frutto di una sua recente importazione, a tal proposito invitò a gran voce e ripetutamente il più nerboruto tra gli spettatori a cassafortare il congegno a testate.

Scontando la condanna per omicidio, il Salvaquaglie, non si disse mai pentito della cassafortata, ma anzi fu un accanito sostenitore dell’utilizzo della cazz’èforte, come il popolino aveva cominciato a chiamare il contenitore dal giorno dell’incidente.

Cassonetto – cas|so|nét|to

lemma di origine veneta (tardo XVI Secolo) nato dal popolare uso tipicamente meretricio di concludere la prestazione ripulendo il membro del cliente contro il più vicino muro in bugnato o, al limite, in pietra a vista.

Il cassonetto moderno deve la sua introduzione al Doge Arturo Guardalamazza (1715) che per salvaguardare la buona salute dei propri concittadini, nonché le ridotte finanze della Repubblica, già duramente provate dal salario degli scalpellini, fece collocare appositi parallelepipedi in broccato o velluto, decorati con arazzi rappresentanti scene di caccia (a tal proposito si ricorda il memorabile “cassonetto dell’uccellone”, conservato presso la galleria Spolpavicoli di Vigevano) agli angoli delle calli e dei campi maggiormente frequentati dai cittadini in vista.

Ispirati da questa iniziativa i Veneziani di ceto inferiore, ma non per questo meno avvezzi alla pratica del cassonetto diedero il via a un collocamento parallelo di cassinetto utilizzando materiali di più facile reperibilità come cuoio, tela di lino e legno, creando talvolta veri e propri esempi di arte povera, di cui purtroppo non restano che poche tracce.

Un moderno cassonetto

Il cassonetto moderno deve la sua origine proprio a questa variante povera: costruita a partire da un telaio in legno, e dotata di un coperchio removibile fu presto utilizzata dal popolino come anfratto ove occultare i sempre più numerosi rifiuti casalinghi, pratica malvista sino al tardo XIX secolo, come testimoniato dal libello satirico “confutazione sull’utilizzo improprio del nettacassi” pubblicato dal Lungagnoni, collega e amico di Giacomo Casanova.