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Patata – pa|tà|ta

Dal greco πάσχεινπάθεια (pathospàtheia: lett. “il sentimento della sofferenza”) deriva dal concetto Aristotelico di “grosso peso che opprime bocca e faringe, impedendo il comune parlare“, indicante giustappunto il famoso artificio teatrale utilizzato per esprimere ansietà e sofferenza.

Tale congegno consisteva in un agglomerato eterogeneo di sterpaglie, sterco e peli di capra grosso circa come un pugno, che gli attori del teatro drammatico greco, appoggiavano sulla propria lingua per simulare la reticenza tipica di chi, portatore di un grave peso sulla coscienza (o in questo caso, sulla lingua) non si esprime se non con gemiti sconnessi.

Il sicuro effetto scenico e l’incredibile angoscia che tale strumento suscitava nel pubblico, ne decretarono il successo presso innumerevoli compagnie teatrali, che della dedizione a tale stratagemma fecero vanto; pur con qualche inquietante eccezione.

Ritornato in auge in Francia nei primi anni del XVII secolo, fu dapprima osteggiato a causa dell’odore assai poco artistico, fino alla sua definitiva sostituzione, quasi un secolo più tardi, con un innovativo tubero di recente importazione grazie all’opera pionieristica di un padre del teatro moderno.

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Appurata la salubrità della patata in seguito ad un non meglio identificato incidente teatrale, fortunatamente privo di vittime, l’utilizzo del tubero divenne principalmente alimentare ma nulla esclude futuri sviluppi tutt’ora inaspettati…

Gazzella – gaz|zèl|la

Dal termine ebraico רצועת תו (Gaza yeloiì: lett. “[Colui che] non corre più veloce di un proiettile” o anche “Palestinese abusivo“) diffusosi dopo la guerra del 1948 tra Egitto e Israele.

La reale origine è tutt’ora molto discussa; se da un lato si sostiene che si tratti di un probabile barbarismo derivante dall’arabo Gazzah èllàh (lett.”Questo territorio non è male, potremmo sistemarci qui…“) i linguisti Israeliani hanno sempre negato questa interpretazione, sostenendo invece che il lemma Gaza yeloiì è in realtà sempre appartenuto al popolo di Sion grazie allo stretto legame che intercorre con Dio; come sostiene il professor Astuarlfo Ricciadori nel suo saggio “il lemma Gaza yeloiì è in realtà sempre appartenuto al popolo di Sion grazie allo stretto legame che intercorre con Dio.” (Ed. La trottola, 1994):

il lemma Gaza yeloiì è in realtà sempre appartenuto al popolo di Sion grazie allo stretto legame che intercorre con Dio.

L’unico argomento che trova concordi entrambe le fazioni, riguarda le circostanze in cui è questo termine è entrato a far parte del linguaggio contemporaneo: utilizzato inizialmente dai coloni Israeliani come grido di giubilo davanti a un’abitazione rasa al suolo o, al limite, a un Palestinese confinato dentro il baracchino del tirassegno; venne introdotto in Italia nel 1953 da un tale Aristide Livazzi di Abano terme, linguista in erba e contabile bancario per passione.

Rimanendo coinvolto in una lunga discussione politica in Yiddish nel corso di un safari, il Livazzi, completamente digiuno di idiomi diversi dalla sua lingua madre si convinse che i suoi infervorati compagni dissertassero delle meraviglie naturalistiche circostanti; nel tentativo di darsi un contegno finì per ripetere i vocaboli più assonanti giuntigli alle orecchie, attribuendoli erroneamente a elementi faunistici.

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Ritornato presso gli amici del bar, il Livazzi millantò pantagrueliche battute di caccia esotica enumerando le specie che aveva contribuito ad estinguere; tra queste, ovviamente, non poteva mancare la gasélla, da quel giorno diventato ufficialmente il nome del noto genere di Antilopi.

Iterativo – i|te|ra|tì|vo

Questo termine è derivato

da una lettera I

a cui si è aggregata una t

poi una e

e una r

seguite da una a

e una t

poi una i

e una v

e infine una o

 

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Alla nona lettera il ciclo si è interrotto.

 

 

vedi anche ricorsivo.

 

Ricorsivo – ri|cor|sì|vo

Il termine ricorsivo deriva da qui.

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Raggiunte le condizioni di uscita puoi anche smettere di cliccare.

 

 vedi anche iterativo.

Ininfluente – i|nin|flu|èn|te

Poco si sa dell’etimo di questo termine, se non che è evidentemente di origine antichissima, utilizzato da sempre nella sua comune accezione.

Contrariamente a quanto accade di solito è anche uno dei rarissimi termini su di cui i più grandi etimologisti azzardano ipotesi sulla futura evoluzione, il parere dell’illustre prof. Edoardo Sguarrapaglia a riguardo è chiaramente espresso in questo paragrafo della sua recente pubblicazione palindroma Alla bisogna tango si balla“:

L’ininfluenza diverrà paradossalmente sempre più comune nelle vite di tutti, per questo motivo io dico balliamo![…]

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Ininfluenza o semplice infreddamento?

E ora che conoscete l’origine del termine, vi cambia qualcosa? Vi sentite diversi? No? Ecco…

Lavatrice – la|va|trì|ce

Dal modo di dire latino Laeva [De Atilio Reguli] lectrix (lett. La lettrice mancina [della storia di Attilio Regolo]), coniato al termine della prima guerra punica, massimo periodo di diffusione della figura professionale conosciuta come lectrix viarum.

Le lectrices viarum, sorta di annunciatrici televisive ante litteram, provvedevano all’indispensabile necessità di informazione dei cittadini dell’urbe a partire dal III secolo a.C., in particolare a tutti coloro che si trovassero a transitare lungo le principali arterie carrabili: posizionate sui marciapiedi, le lectrices intrattenevano i Romani con racconti di attualità, oroscopi, e informazioni sul traffico.

Gradualmente, da semplici intrattenitrici, assunsero un ruolo sempre più connesso con la vita quotidiana, arrivando perfino a dispensare consigli medici laddove l’indisponibilità degli ufficiali seguaci di Esculapio sarebbe stata cagione di gravi danni per i pazienti; tracce di questa importante funzione sono sopravvissute sino ad oggi, il termine levatrice deriva per l’appunto dalla contrazione di Laeva lectrix (lett. La lettrice mancina) coniato in senso dispregiativo dai medici ufficiali per indicare coloro che accompagnavano le gestanti nel travaglio. (è evidente l’uso peggiorativo dell’aggettivo Laevus, come in altre forme composte “Laevati dajmaron” lett.”Scocciatore” di derivazione latino-albanese).

Il modo di dire deve la sua origine a un aneddoto particolare accaduto attorno al II secolo a.C. lungo un breve tratto della via Appia Antica, abituale sede di lavoro dell’allora famosissima Laeva lectrix di origine greca Φιορελλα Πιεροβον, molto apprezzata da tutti per le sue notevoli abilità in campo artistico e ostetrico; la leggenda vuole che la lectrix stesse raccontando con dovizia di particolari le gesta dell’antico console Romano, ed in particolare del supplizio inflittogli.

Lasciatasi trasportare dall’enfasi del racconto la Πιεροβον, spalancando le braccia, cominciò a mimare la discesa a valle della botte irta di chiodi, provocando grande angoscia fra gli spettatori, e due casi documentati di lievi malori. Conseguenza ben più grave fu la totale distrazione di tre conducenti di carri, che affascinati dalla prosa incalzante, condussero a tutta velocità nel mezzo di un incrocio, provocando un gravissimo incidente nel quale rimasero uccisi trentasette schiavi nubiani e due gatti.

A causa dei gravi danni causati ai felini, la professione di lectrix viarum fu messa al bando, e non è dato sapere cosa ne fu delle numerosissime professioniste del marciapiede…

Entrato da allora nella cultura popolare, il termine Laeva de Atilio Reguli lectrix assunse dapprima il significato di “affascinante fanciulla perniciosa per la guida rispettosa degli altri“, per poi perdere il suo carattere specifico e divenire semplicemente Lavatrix “Colei che ruota vorticosamente ed è nociva per i piccoli mammiferi”.

Ed è nella sua accezione neoclassicista Lavatrice tipica del primo risorgimento che il vocabolo viene riscoperto e utilizzato nel suo significato originale per indicare i primi modelli dell’indispensabile macchinario tuttora molto diffuso.

Assolutamente – as|so|lu|ta|mén|te

Dal Latino Ab Soluo mentem (lett: “Dal cervello predisposto a sciogliersi“) deriva dalla pratica protogiuridica del senato Romano di epoca repubblicana.

Attingendo in egual misura alla lunga giurisprudenza democratica Ateniese, in particolare all’istituzione dell’οστρακισμóσ (ostrakismós: ostracismo), e alla tradizionale pratica divinatoria di epatopatia Etrusca, il senato Romano si proponeva di individuare ed espellere preventivamente i cittadini che avrebbero agito contro lo stato.

La componente divinatoria era affidata a un gruppo di Aruspici altamente specializzati, sommamente retribuiti, eletti tramite solenne concorso pubblico, e curiosamente imparentati con i senatori; diversamente dalle forme di divinazione precedenti la stima della eventuale futura colpevolezza veniva affidata al curioso procedimento chiamato Solutus mentis, in cui un cervello di agnello in buone condizioni veniva posto dentro un calderone di acqua bollente leggermente salata per tre ore.

Se al termine dell’ordalia dentro la pentola restava qualche residuo solido, esso veniva nuovamente trapiantato dentro il cranio dell’agnello che avrebbe decretato l’innocenza dell’imputato parlando con voce umana, viceversa il silenzio dell’agnello aveva il carattere di precisa condanna.

Gli imputati venivano a questo punto trascinati in catene attraverso la città sino al luogo preposto all’esecuzione per annegamento; alla vista del condannato i liberi cittadini gridavano a gran voce l’imputazione della condanna “Ab Soluo mentem!” che assumeva in questo frangente la conferma senza ombra di dubbio della colpevolezza.

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Nonostante la vita relativamente breve di questa tradizione, il termine Ha soluto mente e la sua variante tardo-medievale Assolutamente, sopravvissero nella lingua italiana sino al giorno d’oggi.