Archive for the 'Veneta' Category

Fazzoletto – faz|zo|lét|to

Di origine dialettale, affonda le sue radici negli ultimi fuochi della Commedia dell’Arte dell’entroterra Veneziano, successivamente ripreso e divulgato come omaggio in numerose opere del Goldoni.

Il primo utilizzo documentato risale alla rappresentazione di piazza “mi son Arlechin Batocio, semo de stase incoro finocio“, ricordato inoltre per la prima esibizione del famoso petomane dell’epoca: Guigliermo Sguarrapalme.

Durante lo spettacolo la furba servetta Frigilda (interpretata in quell’occasione da Lucetta Cassineri), che ostinatamente si nega ad un innamorato Arlecchino, viene sorpresa da quest’ultimo mentre in conturbante déshabillée si accinge a rincalzare la pesante coperta nel letto del burbero padrone Rincoloio.

Interrogata sulle sue attuali mansioni Frigilda risponde con la sua unica battuta in tutta la rappresentazione, battuta entrata ormai nella storia del teatro: “Deh! Fazzo il letto“. In risposta a un dire sì deciso e arguto, il sempre loquace Arlecchino viene bruscamente tacitato e nasconde il proprio disappunto fingendo indifferenza e soffiandosi il naso sul pesante copriletto di damasco suscitando l’enorme ilarità del pubblico.

Caso volle che proprio in occasione di quella messa in scena fosse presente fra gli astanti un tale Ruggiero Capodecasso, titolare di una piccola azienda tessile ormai prossima al tracollo finanziario a causa di un tragico investimento in tela di lino grezzo, ridotto per errore a quadrati di 20x20cm.

Osservando la reazione compiaciuta della folla e intuendo la possibilità di un recupero in extremis del capitale investito, il Capodecasso organizza in tempi straordinariamente brevi la vendita dei Fazzo-letto confidando nel traino positivo derivante dallo spettacolo testé concluso.

Un raffinato fazzoletto

 

Inutile dire che fu un completo successo, provocando l’entrata nel campo tessilotorinolaringoiatrico di numerosi concorrenti che produssero le proprie varianti di Fazzo-Letto senza però modificarne mai l’appellativo, che rimase sostanzialmente immutato sino ai giorni nostri.

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Cassonetto – cas|so|nét|to

lemma di origine veneta (tardo XVI Secolo) nato dal popolare uso tipicamente meretricio di concludere la prestazione ripulendo il membro del cliente contro il più vicino muro in bugnato o, al limite, in pietra a vista.

Il cassonetto moderno deve la sua introduzione al Doge Arturo Guardalamazza (1715) che per salvaguardare la buona salute dei propri concittadini, nonché le ridotte finanze della Repubblica, già duramente provate dal salario degli scalpellini, fece collocare appositi parallelepipedi in broccato o velluto, decorati con arazzi rappresentanti scene di caccia (a tal proposito si ricorda il memorabile “cassonetto dell’uccellone”, conservato presso la galleria Spolpavicoli di Vigevano) agli angoli delle calli e dei campi maggiormente frequentati dai cittadini in vista.

Ispirati da questa iniziativa i Veneziani di ceto inferiore, ma non per questo meno avvezzi alla pratica del cassonetto diedero il via a un collocamento parallelo di cassinetto utilizzando materiali di più facile reperibilità come cuoio, tela di lino e legno, creando talvolta veri e propri esempi di arte povera, di cui purtroppo non restano che poche tracce.

Un moderno cassonetto

Il cassonetto moderno deve la sua origine proprio a questa variante povera: costruita a partire da un telaio in legno, e dotata di un coperchio removibile fu presto utilizzata dal popolino come anfratto ove occultare i sempre più numerosi rifiuti casalinghi, pratica malvista sino al tardo XIX secolo, come testimoniato dal libello satirico “confutazione sull’utilizzo improprio del nettacassi” pubblicato dal Lungagnoni, collega e amico di Giacomo Casanova.