Archive for the 'Neologismi' Category

Transenna – tran|sèn|na

Neologismo composto risalente ai tardi anni ’90: dall’originale latinismo trans-Senna (lett. “attraversatore di piloti Brasiliani“) coniato sotto la doccia dall’opinionista Paolo del Debbio, raggiunse il grande pubblico con il più generale significato di “piantone dello sterzo perniciosamente oftalmologico“.

Il significato del termine si ampliò ulteriormente dopo gli eventi del Roskilde festival nell’estate 2000, diventando il successivo “generica struttura di acciaio tendenzialmente nociva” la cui diffusione è dovuta soprattutto all’opera di arricchimento culturale di alcune associazioni giovanili caratterizzate dal viscerale amore per la lingua italiana e dalla tendenza a non accettare rifiuti.

Proprio durante uno dei loro ultimi summit, l’Unione Linguistico-Transitoria “Rifacciamoci Alla Storia” ha imposto con forza l’utilizzo della transenna, come utile strumento di comunione fraterna tra sconosciuti di ogni età, ispirandosi a quanto accaduto in occasione del famosa kermesse genovese della società filologica mondiale; in cui è stato ampiamente dimostrato come la transenna sia uno strumento fondamentale per ridurre le differenze culturali a nulla più che una macchia sull’asfalto.

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Ed è proprio grazie a questo utilizzo massiccio da parte delle forze dell’ordine della transenna come strumento ecdotico, che il termine ha potuto godere di un definitivo sdoganamento culturale; dando vita tanto a neologismi (ne è un esempio il famoso transenna-mento, che il fulgido del Debbio definisce come “Movimento atto ad appianare le divergenze o, quantomeno, i connotati” ) quanto alle moderne strutture metalliche usa e getta.

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Gazzella – gaz|zèl|la

Dal termine ebraico רצועת תו (Gaza yeloiì: lett. “[Colui che] non corre più veloce di un proiettile” o anche “Palestinese abusivo“) diffusosi dopo la guerra del 1948 tra Egitto e Israele.

La reale origine è tutt’ora molto discussa; se da un lato si sostiene che si tratti di un probabile barbarismo derivante dall’arabo Gazzah èllàh (lett.”Questo territorio non è male, potremmo sistemarci qui…“) i linguisti Israeliani hanno sempre negato questa interpretazione, sostenendo invece che il lemma Gaza yeloiì è in realtà sempre appartenuto al popolo di Sion grazie allo stretto legame che intercorre con Dio; come sostiene il professor Astuarlfo Ricciadori nel suo saggio “il lemma Gaza yeloiì è in realtà sempre appartenuto al popolo di Sion grazie allo stretto legame che intercorre con Dio.” (Ed. La trottola, 1994):

il lemma Gaza yeloiì è in realtà sempre appartenuto al popolo di Sion grazie allo stretto legame che intercorre con Dio.

L’unico argomento che trova concordi entrambe le fazioni, riguarda le circostanze in cui è questo termine è entrato a far parte del linguaggio contemporaneo: utilizzato inizialmente dai coloni Israeliani come grido di giubilo davanti a un’abitazione rasa al suolo o, al limite, a un Palestinese confinato dentro il baracchino del tirassegno; venne introdotto in Italia nel 1953 da un tale Aristide Livazzi di Abano terme, linguista in erba e contabile bancario per passione.

Rimanendo coinvolto in una lunga discussione politica in Yiddish nel corso di un safari, il Livazzi, completamente digiuno di idiomi diversi dalla sua lingua madre si convinse che i suoi infervorati compagni dissertassero delle meraviglie naturalistiche circostanti; nel tentativo di darsi un contegno finì per ripetere i vocaboli più assonanti giuntigli alle orecchie, attribuendoli erroneamente a elementi faunistici.

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Ritornato presso gli amici del bar, il Livazzi millantò pantagrueliche battute di caccia esotica enumerando le specie che aveva contribuito ad estinguere; tra queste, ovviamente, non poteva mancare la gasélla, da quel giorno diventato ufficialmente il nome del noto genere di Antilopi.

Fortunato – for|tu|nà|to

Neologismo apparso nei primi anni ’50, come diretta conseguenza della cessazione del piano Marshall di ricostruzione post-bellica; parallelamente ai finanziamenti, infatti, erano giunte in Italia circa 15.000 tonnellate di materiali generici derivanti dal surplus dell’esercito alleato, caratterizzate dal tipico marchio U.S. e dalla data di scadenza cancellata dalle casse.

La varietà assai limitata di questi prodotti (principalmente calze di nylon, radiosveglie e prodotti ittici) ne garantì la permanenza nel mercato anche a molti anni dalla cessazione delle spedizioni, il termine fortuna (dall’inglese for tuna: “per il tonno” scritta stampata su buona parte del materiale) deriva proprio dai molteplici scopi con cui, nel decennio dal 1947 al 1957, furono utilizzati gli aiuti provenienti d’oltreoceano.

I grandi container, destinati, come dice il nome stesso al trasporto di tonni e delfini sottolio per uso alimentare, una volta vuotati del loro contenuto (sovente dentro fosse comuni in terreno sconsacrato), venivano rimodellati da maestri artigiani per adeguarsi ai più svariati usi: cestini da pic-nic, piccole casseforti domestiche, contenitori per il pranzo e graziose tabacchiere lavorate a sbalzo, dando via ad un vero e proprio mercato grigio.

Il 15 maggio 1952, la città di Napoli fu grandemente scossa, allorquando Ciro Menzeguti: provetto artigiano nel campo del riciclaggio di container, tappi di sughero e valuta estera, assalito nel suo laboratorio da piccoli esponenti della malavita locale, riuscì a salvarsi dall’ormai certa esecuzione, grazie alla provvidenziale caduta di uno dei tanti container “for tuna” appesi al soffitto del suo magazzino.

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Il Deus ex machina

Nonostante il trauma cranico, lo strabismo indotto e la lieve paralisi agli arti inferiori, il miracolato Menzeguti, rimase eternamente grato alla “fortunata” che lo sospinse via da un destino assai più tragico e, fino alla sua morte in seguito ad un agguato camorrista il 18 maggio 1952, impegnò il suo tempo a gemere di felicità e a defecarsi nel letto per la gioia di essere ancora vivo.

In breve tempo, dal termine originale ‘nafortunata indicante proprio un forte colpo che volge in meglio la situazione, si arrivò a parlare del Menzeguti, semplicemente come del fortunato, estendendone presto il significato a tutti quegli eventi inaspettati ma sorprendentemente piacevoli.

Semaforo – se|mà|fo|ro

Neologismo risalente alla cultura popolare iriense dei primi anni ’80, ispirato dalla serie animata di successo “Tutti fermi! Passa Mafòro” di cui è ben nota la sigla di apertura, opera di un allora sconosciuto e giovanissimo Scialpi.

La storia della serie animata è tuttora fonte di molte controversie: nata in Giappone con l’originale nome “Mafòro ni ikkenda bukkake narrava le vicende del giovane Mafòro, nascente stella della pornografia zoofila e cacciatore di vampiri part-time, è stata purtroppo importata in Italia subendo numerose censure per renderla fruibile al giovane pubblico pomeridiano; diventando così la serie animata che tutti conoscono.

Carattere saliente dell’edizione italiana è stato il suo grande connotato di educazione stradale, al punto che negli anni dal 1982 al 1986 alcune istituti elementari parificati hanno utilizzato con grandi risultati una selezione di scene del cartoon a scopi didattici, sollevando ulteriori polemiche da parte dei puristi affezionati alla versione originale del personaggio: tra questi il giornalista Duilio Cacciabenni che nel suo editoriale del 15/09/84 “Fist-Fucking Montessorianosi scaglia duramente contro quello che definisce un “uso perverso di una grande opera dell’ingegno umano (sic.)”.

Semaforo

 

Nonostante le critiche il successo della serie animata di Mafòro fu incredibile, il termine semaforo di uso comune oggigiorno viene appunto dalla frase utilizzata dalla voce narrante di ogni puntata ogni qualvolta l’eroe della storia si trovava ad attraversare una strada trafficata. “Se Mafòro non avesse schivato quel trattore…” o “Se Mafòro mangiasse quel ghiacciolo sugli schettini… ” ne sono alcuni grandi esempi, di certo scolpiti nella memoria di tutti.